RICORDI
Il
treno per dormire , per sognare quando d’un tratto si è
disposti a farsi rapire da Orfeo; allora mi rannicchio al mio posto
con la compostezza di una mano che emotiva copre il mio volto e solleva
gli occhiali sulla fronte, mentre stringo forte la valigia sotto il
braccio. Così è bello farsi trasportare lontano appena
lasciata la Stazione, lungo il mistero di un binario.
Era
il mese di Maggio, quando al rintocco del vespro la brezza della sera,
accarezzando il mormorio delle acque degli orti, infondeva tra le lenzuola
stese all'ultimo raggio di sole, l'aria fresca dall'odore di bucato,
sulle scale che portano verso il Duomo di Tivoli.
Allora la timida donnina che ci scorgeva tra i gerani della sua finestra,
appena la di sopra dell'antica scalinata, salutava mia nonna dicendo:
" Ma dove lo porti questo bel figlio."
Ricordo che avevo dieci anni, o poco meno, un completino blu, calzoncini
corti sul ginocchio con due bottoni lucenti, una giacca lustra, camicetta
bianca e un fiocco di raso turchese.
Io e mia nonna Generosa, come fu sempre nella sua vita, mano nella mano
scendevamo in Fretta lungo la scalinata, per essere puntuali, come lei
ci teneva, alla messa mariana predicata da Mons. Adriano, in onore della
Vergine di Quintiliolo, che avevano di li a poco portato a Tivoli nella
prima Domenica di quel mese di Maggio, tra lo scintillio di fuochi e
di ginestre dal Monte Cavillo, quello imperante sulla Ferrovia di Tivoli.
- Ero contento, perché lei era felice, solo per il fatto che
mi chiamassi Federico, come il suo giovane marito improvvisamente scomparso.
- Ero contento perché sentivo pace e gioia nel mio cuore e vedevo
mia nonna, gentile signora, con il suo tailleuer, i guanti ecrù
lavorati ad uncinetto, già con il fazzoletto di candida seta
sul capo, ricamato con timidi germogli, entrare devota e pia in Cattedrale.
Da lei trapelava serenità e un profumo di viola; quello che sento
ancor adesso, quando in quelle sporadiche volte che mi genufletto dopo
la comunione, tra la luce e le note di un canto, mi sembra ancora di
scorgerla, con quel suo tailleur, il velo sul capo, in processione a
mani giunte nel prendere la comunione.
… Ritornai alla realtà mentre un fischio sibilante annuncio
la nuova partenza ed una voce mi svegliò dicendomi: “Prego
il biglietto”.
IL
BARBONE
All’alba, quando il treno rallenta e ferma alla Stazione si può
scorgere ancora quel barbone.
Un pover’uomo all’angolo della parete di cemento che si
confonde vicino allo sbiadito posto di polizia, Insieme alla banchina
e alla fuliggine spazzata dal vento.
Gettato come un sacco, avvolto nel freddo della misera busta di cellofan
che raccoglie le immondizie, appena sotto il chiarore del lampione ancora
avvolto nella nebbia, vicino al cigolio di un vecchio cancello della
ferrovia, alle luci di Natale in un vetrina accanto al panettone e in
compagnia di un vecchio piccione.
Mentre il treno con il suo vapore, tiene caldo il suo cuore e l’animo
del viaggiatore che si interroga, tra le ore scandite di un orologio
verso un’altra Stazione.
…E il treno intanto scappa via nell’indifferenza, come la
pioggia che scivola dal finestrino.
IL
PRESEPIO
Era la vigilia
di Natale.
La città tutta illuminata, con la sua guida rossa, sembrava attendere
con ansia quel momento.
In alcuni vicoli l’atmosfera rimaneva mesta e qualche lucetta
già non funzionava più, dando riposo all’animo nel
silenzio dei selci percorsi da chi voleva ritirarsi dal centro dove
i negozi rimanevano pieni fino all’ultimo istante per fugaci e
a volte insensati regali da mettere sotto l’albero di Natale.
Allora era bello per un senso di maggior pace nel cuore e non c’era
neppure la neve, ripercorrere Vicolo del Seminario, Piazza Campitelli,
San Valerio, Ponte Gregoriano o Ponte San Martino dell’antica
città., dove la luce di un lampione a fatica rischiarava una
povera vecchia , infreddolita e con la sola sciarpa di lana accollata,
che buttava smarrita l’ultima immondizia, prima di far ritorno
a casa intorno alla tavola della Vigilia imbandita con tanto sacrificio.
Notai dalla finestra che ancora qualcuno girava per strada, quasi confuso,
mentre scendeva la nebbia su una tradizione sbiadita che cercava di
aggrapparsi alla rendita di un passato, nel suono di una lontana e stanca
cornamusa, o nella pace del presepe di casa, dove dopo aver percorso
tutte le stradine da me tracciate con la poca breccia dell’argine
del fiume e aver visitato ogni taverna e casina illuminata sotto un
cielo pieno di stelle, mi coricavo assopito in attesa di un suono lontano
di campane, proprio come quel pastore sotto i rami del salice piangente,
accanto alle sue pecore e allo scoppiettio del fuoco, esausto col mio
cuore vicino a Gesù bambino appena nato.