Airone Tivoli - Circolo Artistico Culturale nel Web
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Ing. Luigi Battisti

EUTANASIA

Franco non riesce a staccare gli occhi da quella macchina ansante, da cui proviene un suono quasi umano, se non fosse così potente e costante; i polmoni della donna sono forzati a muoversi su e giù, allo stesso ritmo della macchina e la vita sembra fluire in quel , respiro regolare, troppo regolare.
È completamente nuda, un piccolo lenzuolo verde copre come può, ma si vedono i segni dell'età in quelle caviglie ingrossate sopra i piedi deformi, nei muscoli delle braccia flaccidi, quasi sfibrati. Nel volto due piccole bende a occhiale sono adagiate sulle palpebre, così da impedire che la malata veda la luce. "Ma potrebbe vedere?" Si chiede Franco.
Nonostante la pena non riesce a fare a meno d’immaginare quegli occhi sotto le bende e indovina la solita espressione gelida, il lieve ipeirtiroidismo la rendeva fissa come quella di una rana, quando ti osserva pronta a fuggire o a saltare sull'insetto. Per anni egli è stato l'insetto di quella donna.
La pietà di quel corpo forse vivo lo immobilizza e lo rattrista, ma il ricordo è più forte e dal contrasto scaturisce un sentimento strano; la mente rifiuta di ammettere la morte in quella persona che ancora gli procura così vive emozioni, e vorrebbe che tutto non fosse vero,tanto la macchina e il respiro rigido e la nudità emanano un'aria irreale. Ma perché vorrebbe così, per odiare ancora?
Immediatamente Franco respinge i pensieri che si affollano alla coscienza e li ricaccia nel profondo dell' anima.
Il ricordo però emerge dal profondo, insidioso, cercando di nascondersi fra le osservazioni che gli occhi riportano dalla inalata, mascherato di un'aria innocente, tenace pervade la mente. .Ecco riappare il cognato Lamberto, con quel sorriso falso, con i modi misurati, tali e quali quelli della madre, che ora su quel letto di ferro non può esibire, con le mille abilità e trabocchetti psicologici, studiati in una cameretta buia e maleodorante, per imbrogliare il prossimo. Non gli era mai piaciuto Lamberto, tuttavia la simpatia che destava in tutti, a volte lo aveva contagiato. Perciò non respingeva la sua compagnia, inoltre era lontano dall’immaginare al tempo della spontaneità e degli entusiasmi, la falsità del suo futuro cognato.
G' era un rapporto profondo tra la .madre e il figlio; ella giustificava tutto di Lamberto, anzi ne tesseva le lodi continuamente, pareva addirittura che non aspettasse altro che l'occasione perché si potesse dire bene di lui. Egli rispondeva alle cure materne con una disponibilità senza limiti, almeno apparentemente, servizievole sempre, cosicché la non più giovine signora poteva ritenersi soddisfatta in quello che più richiedeva dalla vita: una difesa maschile,una persona su cui contare nel momento del bisogno, persino una morte serena tra le calde braccia di qualcuno. Questo era quanto l'ego della donna chiedeva per la propria sicurezza, ma non al proprio marito, che disprezzava, bensì all'ultimo figlio, rimasto solo in casa, dopo che sia il primo che la seconda se ne erano andati.
Da principio non si era manifestato quel particolare rapporto tra i due, d'altronde avere tre figli oggi non è facile con il daffare che procurano, inoltre il lavoro, ella insegnava, l'impegno della casa, distoglievano e mantenevano in embrione una passione che aspettava solo il tempo di esplodere. Poi il primo trovò un lavoro fuori Roma ed invece di continuare a fare il pendolare, come avevano chiesto i suoi, scelse di cambiare città, laggiù si sposò.
Dopo poco anche l'altra convolò a liete nozze e la donna ebbe come un brivido per tutto il corpo, non rimaneva che lui, il terzo.
Il pensiero ora vorrebbe risalire più indietro, oltre le immagini del ricordo, ma sa bene che è difficile. Più volte aveva cercato di ricostruire le vicende, cercando in una specie di hitchcockiano "lo ti salverò" quei particolari, che avrebbero potuto aiutare la moglie a vincere l'insidiosa depressione psichica che la tormentava, ma gli approdi a cui giungeva erano sempre gli stessi, gli interrogativi sempre insoluti. Certo determinante era il rapporto conflittuale che c'era fra padre e madre in cui era vissuta, la mancanza di accordo si era rivelata fin dai primi anni di matrimonio ed esplodeva a volte con una veemenza da far paura, ma nel contesto italiano di allora non era inconsueto e in nessun caso poteva ,sembrare di particolare rilevanza. Più strano era invece il sentimento nascosto nel cuore, della madre che ella si sforzava di reprimere, perché ripugnava ai suoi principi, ma quello cresceva in modo radicale. Era un fastidio di fondo, un senso di libertà soffocata, il vicolo
cieco di una vita spezzata, insomma un sapore amaro di morte a causa del marito e di tre figli esigenti come piccoli tiranni.
Nelle donne è comune un certo culto del proprio sé, che a volte sfiora il narcisismo, ma in lei era una necessità ed un episodio fu rivelatore. In occasione di una festa si era a pranzo, la nuora aveva cominciato un discorso molto infervorato contro un articolo di tendenza femminista, la suocera era vissuta sotto tutt'altro modo di vedere le cose e in nessun caso, la si poteva ritenere interessata ad una tesi del femminismo di oggi. La giovane si accalorava contro una sua amica, che secondo lei usava il lavoro come pretesto per trascurare i figli ed evitare il marito, che mal sopportava e giustificava il suo atteggiamento, come dedizione al lavoro,e ricerca di un’ adeguata carriera. Franco non era affatto coinvolto in quel parlare di donne intorno ad altre donne e poté osservare lo svolgersi dei fatti con quel distacco un po' annoiato che garantisce l'obiettività. La cognata continuava ad accumulare argomenti che mettevano in cattiva luce l'amica, ma nel suo parlare ci deve essere qualche riferimento alla suocera, chiaro a chi conoscesse bene entrambe, perché quella più volte inghiottì i bocconi del pranzo come fossero veleno. All'improvviso ecco che su un punto della discussione la non più giovane signora cominciò ad alzare la voce e a ritmarne il tono con un brontolio preoccupante. Franco allora si ridestò dal suo disinteresse, guardò con attenzione la suocera e notò un bagliore nei suoi occhi che non aveva mai visto. Cercò di capire, quindi di placare, ma fu tutto inutile. Più tardi sua moglie che ben conosceva la madre, gli spiegò che la cognata aveva toccato una debolezza psicologica dell'anziana donna. Ella educata al culto della propria perfezione morale, che ogni giorno esercitava nel sopportare marito e figli, aveva sentito gli argomenti della nuora come accuse rivolte contro di sé, frecciate ben mira!e, e forse lo erano veramente. Quell’attacco al narcisismo del proprio io non era meritato, 1'immagine perfetta, per anni costruita ne risultava distorta, il suo senso morale messo in dubbio e l'ira posta a presidio dell’io minacciato, aveva avuto il sopravvento sulla ragione e sulla futilità dei fatti.
Da quel giorno fra nuora e suocera strisciò un malcelato disprezzo; un astio nutrito di piccoli veleni che resero sempre più insopportabili i loro incontri e convinsero la coppia di sposi a non venire così di frequente in città.
L'infermiera viene a scuotere Franco dai suoi pensieri, c'è d'ascoltare il consulto medico. Camminano per un lungo corridoio, il bianco delle pareti e l'odore di etere gli procurano una sensazione di dolore, finalmente una porta si apre. Appena egli entra i medici tacciono immediatamente, si vede che la loro è staia una discussione animata. Parla il più anziano, che sembra anche il più sicuro di sé:
- Lei è parente della numero tredici, non è vero? - Franco non capisce e tace, l'infermiera risponde per lui.
- La donna ha poche possibilità di salvarsi, lo sa?
- Diciamo nessuna, - fa un altro ammiccando verso il più anziano, - il segnale cerebrale ormai è quasi spento.
- Proprio così, - ribadisce il primo, - dobbiamo prendere una decisione.
Con lo stesso tono i quattro spiegano a Franco che ormai è in vigore la legge sull'eutanasia, quella dell'anziana donna è uno dei casi previsti dalla legge.
- Farla sopravvivere ancora non ha senso, non si tratta più nemmeno di un'agonia, è solo un rimandare la verità. I medici continuano, fanno molto uso di parole come scienza, senso di responsabilità, ma Franco capisce benissimo, anche se è come stordito, che stanno parlando di morte.
- Occorrerà che sentiate i parenti più stretti, se loro faranno difficoltà, si avrà l'unico effetto di ritardare l'esecuzione di ciò che è indispensabile.
- Riflettete bene, -conclude il più anziano con un sorriso accattivante, -anche un mese in quello stato non giova a nessuno. Dovete darci una risposta per lunedì.
Franco vorrebbe parlare di più sulle condizioni della donna, vorrebbe capire meglio, ma quello continua: - Confidiamo in lei, convinca gli altri parenti. Ci vediamo lunedì. Franco non riesce a ribadire, i quattro medici lo accompagnano per un tratto del bianco corridoio, quindi gli stringono la mano a turno e lo congedano. Gli sembra di udire qualcuno che dice: - Finalmente i macchinari si libereranno, c'è un caso più interessante, Nella strada solitaria bagnata da un velo di pioggia cammina come stordito, non fa che ripetersi: - Devo sentire Vittorio al più presto, deve decidere lui, è il più grande, è sua madre.
Franco non perde tempo, con la macchina si dirige verso la piccola città dove vive Vittorio, lontana solo trenta chilometri da Roma, quanto basta però perché non si vedano che in poche occasioni. Franco lo trova immutato, come al solito a quell'ora fuma la pipa, lo accoglie in vestaglia e pantofole, ben abbinate nel colore e di buona fattore. E' un tipo che tiene al suo vestiario, anche nei particolari. Franco non sa come cominciare, non è facile dire a qualcuno:"Tua madre sta per morire", immaginate con che cuore gli si può chiedere:"Forse è morta, tu che ne pensi?" Vittorio tarda a capire come stanno le cose, per un po' la sua mente si rifiuta alla realtà, poi china il capo in silenzio. Franco maledice il suo compito ingrato, a un certo punto il cognato fa: - I medici erano tutti d'accordo?
- Tutti. Per loro è come morta, dicono che è solo un perdere tempo, niente può cambiare. Franco si accorge con stupore che l' altro non mostra eccessivo turbamento. - Pero se le cose stanno così, noi che possiamo fare?
Franco tace, resta per un po' perplesso, finalmente riesce a rispondere: - Vogliono il nostro consenso per interrompere la rianimazione artificiale, è la legge. Per poter agire hanno bisogno che la famiglia esprima la sua opinione. Discutono della legge sull'eutanasia, non è molto che è stata approvata, l'hanno,definita una conquista civile e libertaria, che restituisce all'uomo il diritto di non soffrire inutilmente. Finalmente Vittorio conclude: - Mamma ha vissuto a lungo e bene. Una morte così, forse è la cosa migliore. Immagina che strazio se il male l'avesse colpita in modo meno grave e l'agonia si fosse protratta per mesi, forse per anni. Sarebbe stato un tormento per lei e per noi.
Franco rimane senza parole, intanto entra la cognata sbrigativa e indaffarata come sempre. I due coniugi si scambiano qualche battuta, Franco riconosce che si tratta delle frasi di sempre, solo dopo che sono finite si riesce a parlare della suocera. La cognata condivide il giudizio del marito, meglio così che un' agonia lenta e penosa.
- Tu non verrai a vederla lunedì? I medici vogliono il nostro parere.- Insiste Franco.
- No. Sarebbe troppo doloroso vederla in quello stato. Pensateci voi. Sentite il parere dei medici e poi decidete voi.
Franco vorrebbe convincere altrimenti, ma nota sul volto del cognato una smorfia d'irrigidimento, che non lascia speranze. Va via più turbato di prima. Sua moglie Valeria è afflitta da una depressione nervosa, Da quando morì il padre non si è più ripresa e oggi ricorre l'anniversario della morte. E' proprio al cimitero, dopo la funzione, che Franco si decide a rivelarle il segreto.
- Ma è proprio morta, dove l'hanno messa, come si presenta, tu l'hai vista?
Franco le descrive i particolari del letto di ferro, dei macchinari che pompano su e giù una vita falsa, a quanto dicono i medici. Ella vuol sapere tutto, con una morbosità che lo spaventa; ben conosce le condizioni della moglie e non gli sfuggono certe sue occhiate stravolte come di una folle.
- Come possono chiedere a noi di giudicare se è viva o no, se non lo sanno dire loro che sono degli esperti? - Chiede Valeria con una voce che gli strazia il cuore.
- Cinque anni fa, di papà ancora non si conosceva il male terribile e ora anche la mamma.... Continua con una voce rotta dal pianto. Franco ha paura degli occhi di lei in questi momenti, teme che si ripresenti quello sguardo carico di dolore e come inebetito che alla morte del suocero gli fece pensare che stesse perdendo la ragione. Non vorrebbe continuare e quasi si maledice per averle detto la verità, tuttavia come avrebbe potuto fare altrimenti? Cerca una possibile strada per allentare quella morsa che li sta attanagliando, quando d'improvviso ella esclama, mentre sta infilando i fiori nel vaso che è dietro il ritratto del padre: - A casa la voce di papà è stata annullata per causa sua. Era riuscita a trasformarne il suono in un borbottio vuoto, senza alcuna autorità. Finalmente quel suono è scomparso per sempre. Diceva con orgoglio che le donne prevalgono sugli uomini, e finché papà visse, ebbe la costanza di dimostragli che aveva ragione. Non si accorgeva di quanto male arrecasse alla famiglia e all' educazione dei figli. Tu eri stupito quando venisti a conoscenza degli imbrogli di Lamberto, ti ha sconvolto stamattina la viltà di Vittorio davanti a questa situazione. lo no, non mi turbo affatto, perché so come li ha educati. Franco non sa se farla parlare ancora dell'argomento o cambiare discorso in qualche modo. Conosce bene come l'atteggiamento della suocera abbia contribuito alla depressione di Valeria, come l'avessero afflitta le preferenze che l'anziana signora accordava a Lamberto, a cui dava tutto quello che possedeva, di affetto, di denaro e di proprietà. Per la figlia restavano i consigli inutili, quei sermoni che affliggono di più quando si è in difficoltà, perché cercano di dimostrare che un problema è sempre per colpa di chi ne è afflitto. Così avvenne quando nacque il primo figlio e si ammalò, così per il secondo, la nonna invece di aiutare almeno quel poco che poteva, sembrava aver piacere a scoraggiare sua figlia più che le vicende della vita non sogliono già fare, e questo con una costanza nevrotica che Franco non riusciva a comprendere. Così Valeria dové rinunciare al lavoro. Sembrava che tutto il bene era in serbo per quel figlio maschio, mentre alla femmina non restava che una fredda chiusura nevrotica.
- Non posso venire lunedì, capiscimi. Non saprei decidere, nemmeno capirei le ragioni dei medici. Persino quando tu mi parli, non sono sicura di aver afferrato tutto il discorso. La mia mente è come stordita, a volte non mi sembra nemmeno di vivere una vita reale, ma di essere in un sogno, un incubo da cui aspetto solo di svegliarmi. Decidi tu, andrà bene per tutti.
Franco rimane a fissare il ritratto incorniciato del suocero, poi volge lo sguardo alla strada ghiaiosa che si perde tra i cipressi, percepisce il profumo della primavera come una stonatura in quel posto e in quel momento, e tace non sapendo che rispondere. Capisce che tutti vogliono sbarazzarsi della tremenda responsabilità che la legge ha messo nelle loro mani. Che liberazione sarebbe se fosse il fato a decidere, ma oggi per lui questo non è possibile e lunedì si avvicina. Improvvisamente arriva la telefonata di Lamberto: - Puoi passarmi mia sorella? - Fa dopo aver esaurito un breve scambio di convenienze.
Ella parla con lui, più volte si sente un discorso di soldi, di cambiali scadute, la voce all'altro capo del telefono è a volte concitata, a volte accattivante.
- Non posso dirti di più per telefono,-continua il cognato, - bisogna che ci vediamo. Un giorno o l'altro vengo io.
- Non gli parli di tua madre! - Interrompe Franco.
- Non posso, ha dei problemi seri, non può pagare i creditori lunedì e se non trova i soldi lo denunciano, non può venire a Roma, potrebbe incontrare qualcuno che lo conosce.
Lei riprende il discorso per telefono e Franco nota nella moglie una vivacità che non le vedeva da tempo, sembra come se la voce del fratello le stia dando forza. Si sente Lamberto elencare in modo deciso le scappatoie per la sua situazione, indagare su quel che sua moglie disponga, su un aiuto da Vittorio, mentre la madre, il triste cubicolo dove ora giace, il lunedì che preoccupa Franco, sono come su un 1tro pianeta. Quando termina quella telefonata egli chiede indignato: - Insomma, verrà o no lunedì all'ospedale?
- Non può, non capisci che non può! Se l'hanno denunciato deve trovare i soldi, andare dà un avvocato, deve fare mille giri.
Franco non sa che rispondere, L'immagine di suo cognato assume ora una luce nuova, sinistra ripensa a come era disponibile verso la madre, quando la donna poteva dare in cambio, ora non mostra nemmeno dolore. Però non può essere così, certo egli sente dolore, ha ascoltato al microfono qualcosa che assomiglia al dolore, solo che la presa delle sue vicende è molto più forte. No, no sta davanti ad un mostro, Franco conosce Lamberto sotto altri aspetti non è possibile che il suo atteggiamento verso la madre prima fosse completamente falso. E' lei che è cambiata, non è più la donna, ossia colei che dà, come egli ha sempre concepito nella sua mente. Invece qui c'è qualcosa di diverso, di totalmente incomprensibile per lui, qualcosa che esigerebbe senso di responsabilità, sacrificio senza ritorno, abisso dove l'io si perde per salvare l'altro. Se fosse vero che ella potrebbe salvarsi rimanendo su un lettino o peggio su una carrozzella, l'uomo dovrebbe rinunciare a quanto di più caro nella vita, la libertà. Nel profondo egli rifiuta tutto questo, semplicemente non può concepire che esista, perciò colei che giace su quel lettino di ferro non è più sua madre, non è colei da cui otteneva tutto, è un' altra.
Franco ora e solo davanti a quel respiro ansante: -Sarà un cadavere? - Si è chiesto in continuazione. Si è ripromesso di essere obiettivo, di valutare le ragioni dei medici con freddezza. Ora non è più impreparato come l'altra volta, quando lo mandarono a chiamare perché era l’unico parente della donna che si trovava a Roma e la verità lo sbalordì,lo paralizzò al punto che i medici guardavano con un certo stupore il suo mutismo. Ora è informato, conosce gli articoli della legge, i diritti della moribonda, tutelati nella fattispecie dai parenti, è consapevol dei doveri dei medici. Dentro di sé però qualcosa è cresciuto a contatto con il linguaggio giuridico: l'idea che una qualche giustizia stia operando. La sua mente è ottenebrata, egli sta come il soldato a cui sia dato in mano un fucile e tanti buoni motivi per sparare sul nemico, ed è la prima volta che vede, non il nemico, m la possibilità di eliminarlo. Perché altrimenti proprio lui, ignorato, umiliato, da quella donna nei riguardi di sua moglie, considerato alla stregua di un insetto, che doveva sopportare ogni sorta di ingiustizia, non ultima l'esaurimento nervoso di Valeria, perché proprio lui deve decidere?
Franco osserva attentamente i discorsi dei medici, forse se quello stato d'animo non avesse preso il sopravvento su di lui, avrebbe sollevato dei dubbi, avrebbe cercato di mettere in crisi le sicurezze di quei sapienti. Invece mentre su un lettino di ferro una donna nuda, appena coperta dal lenzuolino verde, ansima ad un ritmo non suo, nella sua mente impera un'immagine dall'espressione insolente che donava tutto a Lamberto e gli chiedeva: - Davvero il lunedì non sapete come fare con i bambini, perché Valeria non si organizza meglio?
I medici continuano a parlare e lo guardano soddisfatti, vedendo che tace, infine egli consegna la delega e firma a nome di tutti i parenti. Un'infermiera giura ad un'altra di aver visto muoversi il braccio della donna sul lettino numero tredici. L'altra ghigna, poi le risponde: - Non dire sciocchezze, non lo sai che è morta?

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