EUTANASIA
Franco non riesce a staccare gli occhi da quella macchina
ansante, da cui proviene un suono quasi umano, se non fosse così
potente e costante; i polmoni della donna sono forzati a muoversi su
e giù, allo stesso ritmo della macchina e la vita sembra fluire
in quel , respiro regolare, troppo regolare.
È completamente nuda, un piccolo lenzuolo verde copre come può,
ma si vedono i segni dell'età in quelle caviglie ingrossate sopra
i piedi deformi, nei muscoli delle braccia flaccidi, quasi sfibrati.
Nel volto due piccole bende a occhiale sono adagiate sulle palpebre,
così da impedire che la malata veda la luce. "Ma potrebbe
vedere?" Si chiede Franco.
Nonostante la pena non riesce a fare a meno d’immaginare quegli
occhi sotto le bende e indovina la solita espressione gelida, il lieve
ipeirtiroidismo la rendeva fissa come quella di una rana, quando ti
osserva pronta a fuggire o a saltare sull'insetto. Per anni egli è
stato l'insetto di quella donna.
La pietà di quel corpo forse vivo lo immobilizza e lo rattrista,
ma il ricordo è più forte e dal contrasto scaturisce un
sentimento strano; la mente rifiuta di ammettere la morte in quella
persona che ancora gli procura così vive emozioni, e vorrebbe
che tutto non fosse vero,tanto la macchina e il respiro rigido e la
nudità emanano un'aria irreale. Ma perché vorrebbe così,
per odiare ancora?
Immediatamente Franco respinge i pensieri che si affollano alla coscienza
e li ricaccia nel profondo dell' anima.
Il ricordo però emerge dal profondo, insidioso, cercando di nascondersi
fra le osservazioni che gli occhi riportano dalla inalata, mascherato
di un'aria innocente, tenace pervade la mente. .Ecco riappare il cognato
Lamberto, con quel sorriso falso, con i modi misurati, tali e quali
quelli della madre, che ora su quel letto di ferro non può esibire,
con le mille abilità e trabocchetti psicologici, studiati in
una cameretta buia e maleodorante, per imbrogliare il prossimo. Non
gli era mai piaciuto Lamberto, tuttavia la simpatia che destava in tutti,
a volte lo aveva contagiato. Perciò non respingeva la sua compagnia,
inoltre era lontano dall’immaginare al tempo della spontaneità
e degli entusiasmi, la falsità del suo futuro cognato.
G' era un rapporto profondo tra la .madre e il figlio; ella giustificava
tutto di Lamberto, anzi ne tesseva le lodi continuamente, pareva addirittura
che non aspettasse altro che l'occasione perché si potesse dire
bene di lui. Egli rispondeva alle cure materne con una disponibilità
senza limiti, almeno apparentemente, servizievole sempre, cosicché
la non più giovine signora poteva ritenersi soddisfatta in quello
che più richiedeva dalla vita: una difesa maschile,una persona
su cui contare nel momento del bisogno, persino una morte serena tra
le calde braccia di qualcuno. Questo era quanto l'ego della donna chiedeva
per la propria sicurezza, ma non al proprio marito, che disprezzava,
bensì all'ultimo figlio, rimasto solo in casa, dopo che sia il
primo che la seconda se ne erano andati.
Da principio non si era manifestato quel particolare rapporto tra i
due, d'altronde avere tre figli oggi non è facile con il daffare
che procurano, inoltre il lavoro, ella insegnava, l'impegno della casa,
distoglievano e mantenevano in embrione una passione che aspettava solo
il tempo di esplodere. Poi il primo trovò un lavoro fuori Roma
ed invece di continuare a fare il pendolare, come avevano chiesto i
suoi, scelse di cambiare città, laggiù si sposò.
Dopo poco anche l'altra convolò a liete nozze e la donna ebbe
come un brivido per tutto il corpo, non rimaneva che lui, il terzo.
Il pensiero ora vorrebbe risalire più indietro, oltre le immagini
del ricordo, ma sa bene che è difficile. Più volte aveva
cercato di ricostruire le vicende, cercando in una specie di hitchcockiano
"lo ti salverò" quei particolari, che avrebbero potuto
aiutare la moglie a vincere l'insidiosa depressione psichica che la
tormentava, ma gli approdi a cui giungeva erano sempre gli stessi, gli
interrogativi sempre insoluti. Certo determinante era il rapporto conflittuale
che c'era fra padre e madre in cui era vissuta, la mancanza di accordo
si era rivelata fin dai primi anni di matrimonio ed esplodeva a volte
con una veemenza da far paura, ma nel contesto italiano di allora non
era inconsueto e in nessun caso poteva ,sembrare di particolare rilevanza.
Più strano era invece il sentimento nascosto nel cuore, della
madre che ella si sforzava di reprimere, perché ripugnava ai
suoi principi, ma quello cresceva in modo radicale. Era un fastidio
di fondo, un senso di libertà soffocata, il vicolo
cieco di una vita spezzata, insomma un sapore amaro di morte a causa
del marito e di tre figli esigenti come piccoli tiranni.
Nelle donne è comune un certo culto del proprio sé, che
a volte sfiora il narcisismo, ma in lei era una necessità ed
un episodio fu rivelatore. In occasione di una festa si era a pranzo,
la nuora aveva cominciato un discorso molto infervorato contro un articolo
di tendenza femminista, la suocera era vissuta sotto tutt'altro modo
di vedere le cose e in nessun caso, la si poteva ritenere interessata
ad una tesi del femminismo di oggi. La giovane si accalorava contro
una sua amica, che secondo lei usava il lavoro come pretesto per trascurare
i figli ed evitare il marito, che mal sopportava e giustificava il suo
atteggiamento, come dedizione al lavoro,e ricerca di un’ adeguata
carriera. Franco non era affatto coinvolto in quel parlare di donne
intorno ad altre donne e poté osservare lo svolgersi dei fatti
con quel distacco un po' annoiato che garantisce l'obiettività.
La cognata continuava ad accumulare argomenti che mettevano in cattiva
luce l'amica, ma nel suo parlare ci deve essere qualche riferimento
alla suocera, chiaro a chi conoscesse bene entrambe, perché quella
più volte inghiottì i bocconi del pranzo come fossero
veleno. All'improvviso ecco che su un punto della discussione la non
più giovane signora cominciò ad alzare la voce e a ritmarne
il tono con un brontolio preoccupante. Franco allora si ridestò
dal suo disinteresse, guardò con attenzione la suocera e notò
un bagliore nei suoi occhi che non aveva mai visto. Cercò di
capire, quindi di placare, ma fu tutto inutile. Più tardi sua
moglie che ben conosceva la madre, gli spiegò che la cognata
aveva toccato una debolezza psicologica dell'anziana donna. Ella educata
al culto della propria perfezione morale, che ogni giorno esercitava
nel sopportare marito e figli, aveva sentito gli argomenti della nuora
come accuse rivolte contro di sé, frecciate ben mira!e, e forse
lo erano veramente. Quell’attacco al narcisismo del proprio io
non era meritato, 1'immagine perfetta, per anni costruita ne risultava
distorta, il suo senso morale messo in dubbio e l'ira posta a presidio
dell’io minacciato, aveva avuto il sopravvento sulla ragione e
sulla futilità dei fatti.
Da quel giorno fra nuora e suocera strisciò un malcelato disprezzo;
un astio nutrito di piccoli veleni che resero sempre più insopportabili
i loro incontri e convinsero la coppia di sposi a non venire così
di frequente in città.
L'infermiera viene a scuotere Franco dai suoi pensieri, c'è d'ascoltare
il consulto medico. Camminano per un lungo corridoio, il bianco delle
pareti e l'odore di etere gli procurano una sensazione di dolore, finalmente
una porta si apre. Appena egli entra i medici tacciono immediatamente,
si vede che la loro è staia una discussione animata. Parla il
più anziano, che sembra anche il più sicuro di sé:
- Lei è parente della numero tredici, non è vero? - Franco
non capisce e tace, l'infermiera risponde per lui.
- La donna ha poche possibilità di salvarsi, lo sa?
- Diciamo nessuna, - fa un altro ammiccando verso il più anziano,
- il segnale cerebrale ormai è quasi spento.
- Proprio così, - ribadisce il primo, - dobbiamo prendere una
decisione.
Con lo stesso tono i quattro spiegano a Franco che ormai è in
vigore la legge sull'eutanasia, quella dell'anziana donna è uno
dei casi previsti dalla legge.
- Farla sopravvivere ancora non ha senso, non si tratta più nemmeno
di un'agonia, è solo un rimandare la verità. I medici
continuano, fanno molto uso di parole come scienza, senso di responsabilità,
ma Franco capisce benissimo, anche se è come stordito, che stanno
parlando di morte.
- Occorrerà che sentiate i parenti più stretti, se loro
faranno difficoltà, si avrà l'unico effetto di ritardare
l'esecuzione di ciò che è indispensabile.
- Riflettete bene, -conclude il più anziano con un sorriso accattivante,
-anche un mese in quello stato non giova a nessuno. Dovete darci una
risposta per lunedì.
Franco vorrebbe parlare di più sulle condizioni della donna,
vorrebbe capire meglio, ma quello continua: - Confidiamo in lei, convinca
gli altri parenti. Ci vediamo lunedì. Franco non riesce a ribadire,
i quattro medici lo accompagnano per un tratto del bianco corridoio,
quindi gli stringono la mano a turno e lo congedano. Gli sembra di udire
qualcuno che dice: - Finalmente i macchinari si libereranno, c'è
un caso più interessante, Nella strada solitaria bagnata da un
velo di pioggia cammina come stordito, non fa che ripetersi: - Devo
sentire Vittorio al più presto, deve decidere lui, è il
più grande, è sua madre.
Franco non perde tempo, con la macchina si dirige verso la piccola città
dove vive Vittorio, lontana solo trenta chilometri da Roma, quanto basta
però perché non si vedano che in poche occasioni. Franco
lo trova immutato, come al solito a quell'ora fuma la pipa, lo accoglie
in vestaglia e pantofole, ben abbinate nel colore e di buona fattore.
E' un tipo che tiene al suo vestiario, anche nei particolari. Franco
non sa come cominciare, non è facile dire a qualcuno:"Tua
madre sta per morire", immaginate con che cuore gli si può
chiedere:"Forse è morta, tu che ne pensi?" Vittorio
tarda a capire come stanno le cose, per un po' la sua mente si rifiuta
alla realtà, poi china il capo in silenzio. Franco maledice il
suo compito ingrato, a un certo punto il cognato fa: - I medici erano
tutti d'accordo?
- Tutti. Per loro è come morta, dicono che è solo un perdere
tempo, niente può cambiare. Franco si accorge con stupore che
l' altro non mostra eccessivo turbamento. - Pero se le cose stanno così,
noi che possiamo fare?
Franco tace, resta per un po' perplesso, finalmente riesce a rispondere:
- Vogliono il nostro consenso per interrompere la rianimazione artificiale,
è la legge. Per poter agire hanno bisogno che la famiglia esprima
la sua opinione. Discutono della legge sull'eutanasia, non è
molto che è stata approvata, l'hanno,definita una conquista civile
e libertaria, che restituisce all'uomo il diritto di non soffrire inutilmente.
Finalmente Vittorio conclude: - Mamma ha vissuto a lungo e bene. Una
morte così, forse è la cosa migliore. Immagina che strazio
se il male l'avesse colpita in modo meno grave e l'agonia si fosse protratta
per mesi, forse per anni. Sarebbe stato un tormento per lei e per noi.
Franco rimane senza parole, intanto entra la cognata sbrigativa e indaffarata
come sempre. I due coniugi si scambiano qualche battuta, Franco riconosce
che si tratta delle frasi di sempre, solo dopo che sono finite si riesce
a parlare della suocera. La cognata condivide il giudizio del marito,
meglio così che un' agonia lenta e penosa.
- Tu non verrai a vederla lunedì? I medici vogliono il nostro
parere.- Insiste Franco.
- No. Sarebbe troppo doloroso vederla in quello stato. Pensateci voi.
Sentite il parere dei medici e poi decidete voi.
Franco vorrebbe convincere altrimenti, ma nota sul volto del cognato
una smorfia d'irrigidimento, che non lascia speranze. Va via più
turbato di prima. Sua moglie Valeria è afflitta da una depressione
nervosa, Da quando morì il padre non si è più ripresa
e oggi ricorre l'anniversario della morte. E' proprio al cimitero, dopo
la funzione, che Franco si decide a rivelarle il segreto.
- Ma è proprio morta, dove l'hanno messa, come si presenta, tu
l'hai vista?
Franco le descrive i particolari del letto di ferro, dei macchinari
che pompano su e giù una vita falsa, a quanto dicono i medici.
Ella vuol sapere tutto, con una morbosità che lo spaventa; ben
conosce le condizioni della moglie e non gli sfuggono certe sue occhiate
stravolte come di una folle.
- Come possono chiedere a noi di giudicare se è viva o no, se
non lo sanno dire loro che sono degli esperti? - Chiede Valeria con
una voce che gli strazia il cuore.
- Cinque anni fa, di papà ancora non si conosceva il male terribile
e ora anche la mamma.... Continua con una voce rotta dal pianto. Franco
ha paura degli occhi di lei in questi momenti, teme che si ripresenti
quello sguardo carico di dolore e come inebetito che alla morte del
suocero gli fece pensare che stesse perdendo la ragione. Non vorrebbe
continuare e quasi si maledice per averle detto la verità, tuttavia
come avrebbe potuto fare altrimenti? Cerca una possibile strada per
allentare quella morsa che li sta attanagliando, quando d'improvviso
ella esclama, mentre sta infilando i fiori nel vaso che è dietro
il ritratto del padre: - A casa la voce di papà è stata
annullata per causa sua. Era riuscita a trasformarne il suono in un
borbottio vuoto, senza alcuna autorità. Finalmente quel suono
è scomparso per sempre. Diceva con orgoglio che le donne prevalgono
sugli uomini, e finché papà visse, ebbe la costanza di
dimostragli che aveva ragione. Non si accorgeva di quanto male arrecasse
alla famiglia e all' educazione dei figli. Tu eri stupito quando venisti
a conoscenza degli imbrogli di Lamberto, ti ha sconvolto stamattina
la viltà di Vittorio davanti a questa situazione. lo no, non
mi turbo affatto, perché so come li ha educati. Franco non sa
se farla parlare ancora dell'argomento o cambiare discorso in qualche
modo. Conosce bene come l'atteggiamento della suocera abbia contribuito
alla depressione di Valeria, come l'avessero afflitta le preferenze
che l'anziana signora accordava a Lamberto, a cui dava tutto quello
che possedeva, di affetto, di denaro e di proprietà. Per la figlia
restavano i consigli inutili, quei sermoni che affliggono di più
quando si è in difficoltà, perché cercano di dimostrare
che un problema è sempre per colpa di chi ne è afflitto.
Così avvenne quando nacque il primo figlio e si ammalò,
così per il secondo, la nonna invece di aiutare almeno quel poco
che poteva, sembrava aver piacere a scoraggiare sua figlia più
che le vicende della vita non sogliono già fare, e questo con
una costanza nevrotica che Franco non riusciva a comprendere. Così
Valeria dové rinunciare al lavoro. Sembrava che tutto il bene
era in serbo per quel figlio maschio, mentre alla femmina non restava
che una fredda chiusura nevrotica.
- Non posso venire lunedì, capiscimi. Non saprei decidere, nemmeno
capirei le ragioni dei medici. Persino quando tu mi parli, non sono
sicura di aver afferrato tutto il discorso. La mia mente è come
stordita, a volte non mi sembra nemmeno di vivere una vita reale, ma
di essere in un sogno, un incubo da cui aspetto solo di svegliarmi.
Decidi tu, andrà bene per tutti.
Franco rimane a fissare il ritratto incorniciato del suocero, poi volge
lo sguardo alla strada ghiaiosa che si perde tra i cipressi, percepisce
il profumo della primavera come una stonatura in quel posto e in quel
momento, e tace non sapendo che rispondere. Capisce che tutti vogliono
sbarazzarsi della tremenda responsabilità che la legge ha messo
nelle loro mani. Che liberazione sarebbe se fosse il fato a decidere,
ma oggi per lui questo non è possibile e lunedì si avvicina.
Improvvisamente arriva la telefonata di Lamberto: - Puoi passarmi mia
sorella? - Fa dopo aver esaurito un breve scambio di convenienze.
Ella parla con lui, più volte si sente un discorso di soldi,
di cambiali scadute, la voce all'altro capo del telefono è a
volte concitata, a volte accattivante.
- Non posso dirti di più per telefono,-continua il cognato, -
bisogna che ci vediamo. Un giorno o l'altro vengo io.
- Non gli parli di tua madre! - Interrompe Franco.
- Non posso, ha dei problemi seri, non può pagare i creditori
lunedì e se non trova i soldi lo denunciano, non può venire
a Roma, potrebbe incontrare qualcuno che lo conosce.
Lei riprende il discorso per telefono e Franco nota nella moglie una
vivacità che non le vedeva da tempo, sembra come se la voce del
fratello le stia dando forza. Si sente Lamberto elencare in modo deciso
le scappatoie per la sua situazione, indagare su quel che sua moglie
disponga, su un aiuto da Vittorio, mentre la madre, il triste cubicolo
dove ora giace, il lunedì che preoccupa Franco, sono come su
un 1tro pianeta. Quando termina quella telefonata egli chiede indignato:
- Insomma, verrà o no lunedì all'ospedale?
- Non può, non capisci che non può! Se l'hanno denunciato
deve trovare i soldi, andare dà un avvocato, deve fare mille
giri.
Franco non sa che rispondere, L'immagine di suo cognato assume ora una
luce nuova, sinistra ripensa a come era disponibile verso la madre,
quando la donna poteva dare in cambio, ora non mostra nemmeno dolore.
Però non può essere così, certo egli sente dolore,
ha ascoltato al microfono qualcosa che assomiglia al dolore, solo che
la presa delle sue vicende è molto più forte. No, no sta
davanti ad un mostro, Franco conosce Lamberto sotto altri aspetti non
è possibile che il suo atteggiamento verso la madre prima fosse
completamente falso. E' lei che è cambiata, non è più
la donna, ossia colei che dà, come egli ha sempre concepito nella
sua mente. Invece qui c'è qualcosa di diverso, di totalmente
incomprensibile per lui, qualcosa che esigerebbe senso di responsabilità,
sacrificio senza ritorno, abisso dove l'io si perde per salvare l'altro.
Se fosse vero che ella potrebbe salvarsi rimanendo su un lettino o peggio
su una carrozzella, l'uomo dovrebbe rinunciare a quanto di più
caro nella vita, la libertà. Nel profondo egli rifiuta tutto
questo, semplicemente non può concepire che esista, perciò
colei che giace su quel lettino di ferro non è più sua
madre, non è colei da cui otteneva tutto, è un' altra.
Franco ora e solo davanti a quel respiro ansante: -Sarà un cadavere?
- Si è chiesto in continuazione. Si è ripromesso di essere
obiettivo, di valutare le ragioni dei medici con freddezza. Ora non
è più impreparato come l'altra volta, quando lo mandarono
a chiamare perché era l’unico parente della donna che si
trovava a Roma e la verità lo sbalordì,lo paralizzò
al punto che i medici guardavano con un certo stupore il suo mutismo.
Ora è informato, conosce gli articoli della legge, i diritti
della moribonda, tutelati nella fattispecie dai parenti, è consapevol
dei doveri dei medici. Dentro di sé però qualcosa è
cresciuto a contatto con il linguaggio giuridico: l'idea che una qualche
giustizia stia operando. La sua mente è ottenebrata, egli sta
come il soldato a cui sia dato in mano un fucile e tanti buoni motivi
per sparare sul nemico, ed è la prima volta che vede, non il
nemico, m la possibilità di eliminarlo. Perché altrimenti
proprio lui, ignorato, umiliato, da quella donna nei riguardi di sua
moglie, considerato alla stregua di un insetto, che doveva sopportare
ogni sorta di ingiustizia, non ultima l'esaurimento nervoso di Valeria,
perché proprio lui deve decidere?
Franco osserva attentamente i discorsi dei medici, forse se quello stato
d'animo non avesse preso il sopravvento su di lui, avrebbe sollevato
dei dubbi, avrebbe cercato di mettere in crisi le sicurezze di quei
sapienti. Invece mentre su un lettino di ferro una donna nuda, appena
coperta dal lenzuolino verde, ansima ad un ritmo non suo, nella sua
mente impera un'immagine dall'espressione insolente che donava tutto
a Lamberto e gli chiedeva: - Davvero il lunedì non sapete come
fare con i bambini, perché Valeria non si organizza meglio?
I medici continuano a parlare e lo guardano soddisfatti, vedendo che
tace, infine egli consegna la delega e firma a nome di tutti i parenti.
Un'infermiera giura ad un'altra di aver visto muoversi il braccio della
donna sul lettino numero tredici. L'altra ghigna, poi le risponde: -
Non dire sciocchezze, non lo sai che è morta?