LA
STANZA DEI RICORI
A
me piace molto parlare con i vecchi, discorrere con loro del più
e del meno, attento a non tralasciare d’intendere neppure il più
piccolo velo di una sfumatura, quando loro, i vegliardi, si pongono
placidi con occhi pieni di ricordi a raccontare frammenti di vita ormai
accatastati in una stanza, che, ora che la stessa vita glielo permette,
più sovente possono scendere a visitare. Varcare quella soglia
soli e silenziosi girando l’interruttore per illuminare tra la
polvere sparsa i loro ricordi. Quelli più preziosi, ancora lucidi
e scintillanti quasi fossero fatti di metalli nobili o cimeli di una
prestigiosa collezione che molto spesso viene ammirata e lucidata con
cura; gli altri, quelli meno amati o solo meno vivi, lasciati più
in disparte, fuori dal colpo d’occhio che si può gettare
appena varcata la soglia della stanza e già un po’ meno
lucidi. Fino poi a scovare con lo sguardo attento della memoria quelli
più impolverati, lasciati lì, in un cantuccio della stanza,
semicoperti dai primi.
Ebbene, dicevo, molto spesso mi soffermo a chiacchierare con loro, i
saggi vecchi. Ma certo non immaginavo che, recandomi nella vicina cittadella
di Sarzana per sbrigare alcuni affari, potessi scorgere, lungo la strada
che vi conduce, una vecchierella, che, a guisa di spigliata teen-ager,
mi domandò un passaggio in auto; o meglio, in gergo, faceva l’autostop.
Per la verità, il suo gesto era molto differente dal solito pugno
chiuso con il pollice rivolto verso l’esterno. Ella, infatti,
alzò la mano blanda, con lo stesso gesto che si usa per indicare
la fermata dell’autobus. Io, superato il primo momento di perplessità,
anche perché sospettoso che la nonna potesse avere urgente bisogno
di risolvere qualche problema, mi fermai e la invitai a salire.
Portava con sé una larga borsa, dalla quale fuoriuscivano tre
grosse forme di pane ed aveva la testa fasciata in un fazzoletto, come
era sovente vedere qualche anno fa e forse ancora oggi, magari solamente
in qualche paesino di campagna. Sul viso, segnato e cosparso di rughe,
spiccavano due piccoli occhi azzurri. Mal adagiata sul sedile anteriore
della macchina a causa del fastidioso ingombro che le procurava la borsa,
la guardai: mi ispirava un senso di simpatia misto al naturale rispetto
che le dovevo, data la sua veneranda età. Settant’otto
anni, mi aveva detto, e, tralasciando i solchi che il tempo le aveva
inevitabilmente segnato sul volto e sulle mani, le si sarebbe dato sicuramente
qualche anno in meno; se non altro per la prontezza del suo parlare
o per la gioviale vivacità che scaturiva dai suoi modi. Io ascoltavo
attento, cercando di capire il succo di quella preziosa esperienza.
Poi, come quasi sempre succede, si scese dagli argomenti di carattere
generale a quelli più personali.
Pur senza volermi compassionare delle sue disgrazie, mi confidò
che aveva una figlia invalida operata l’anno prima per un tumore
alla mammella e un marito vecchio e logoro che, contrariamente a quanto
era successo a lei, la spietata malattia dei molti anni aveva reso incapace
di badare a se stesso. Lei era rimasta l’unico pilastro su cui
poteva far conto la disgraziata famiglia. Ma non si lamentava di ciò,
anzi diceva che la vita le aveva insegnato a non lagnarsi per tutto
il male che poteva capitare. L’unico rimedio era rimboccarsi le
maniche come sempre aveva fatto quando il dovere di moglie, e ancor
più l’amore di madre, l’aveva costretta a lavorare
duramente nelle cave di marmo di Carrara per poche lire al giorno. Spesso
si era ritrovata a girare nelle grandi città, lei, umile paesana,
nativa di un piccolo borgo in provincia di Carrara. Si capiva dalla
serenità della sua espressione che, lungi da ogni tentazione
di farsi commiserare, era veramente convinta di ciò che diceva
e le sue parole erano vergini di qualsiasi retorica, come invece potrebbe
non apparire dal mio racconto.
Poi, come spesso succede tra tanto parlare, un silenzio si insediò
nell’abitacolo dell’auto e le nostre menti si proiettarono
a pensare indipendenti. Arrivati a Sarzana, ci salutammo cordialmente
ed ella mi ringraziò con la solita semplicità che aveva
mostrato durante tutto il nostro breve incontro.
Ora, io mi domando e dico, chi, ascoltando quell’anziana signora
ormai alla fine della vita, non sarebbe rimasto colpito dalla sua forza,
non le avrebbe invidiato la sua tenacia, così come ora io le
invidio? E se per ciò m’è parso giusto raccontare
questo episodio, quella vecchierella, che io probabilmente non rivedrò
più, rimarrà nella mia memoria con la stessa intensità
di un ricordo prezioso, lucido e scintillante e, quando sarò
più in là con gli anni, scenderò spesso nella stanza
a visitarlo come cimelio della mia preziosa collezione.
FINE -
Marco Raiti