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La
nonnina delle caldarroste
Fa
freddo, stasera; brrrr, mamma mia che freddo!
Nell’aria cupa il cielo è basso sui palazzi, così
carico che pare non farcela più, a tenere la neve. Non è
scesa, fino adesso ma stanotte, se continua così…
Gli altri sono già usciti, frettolosamente, e incappottati con
scialli e cappelli, li immagino sottobrac-cio a due a due stretti stretti
per scaldarsi meglio, si recano alla vicina chiesa del quartiere: mia
mo-glie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il natale con noi.
Io mi sono un po’ attardato in casa, ma adesso sto per raggiungerli.
Le campana stanno suonando la mezzanotte. I rintocchi si confondono con
quelli lontani delle campane delle altre chiese.
Cammino di buon passo; mi copro la testa col cappuccio del giaccone bianco
da montagna e me lo stringo sotto il mento con una mano. Mi avvicino alla
chiesa, un tempo cappella privata di signori che abitavano il palazzo
adiacente, dentro un piccolo parco con alberi di leccio e alcuni salici
piangenti: e qua e là scivoli per bambini e altalene. Qualcuno
mi saluta, io, le braccia strette al corpo, rispondo con auguri!
Vicino al cancello
a ridosso del muraglione che cinge il parco, sullo stretto marciapiede,
una vecchina, dal volto di legno - celato da un cappellaccio di feltro
che ha conosciuto tempi migliori -, imbacuccata da capo a piedi, e con
sulle spalle uno scialle che le copre la , la bocca e il naso, gira con
una mano dentro un padellone bucherellato su un fornello ricavato da un
basso bidone (di quelli che servono per carburanti o simili) delle piccolissime
castagne che ha tagliate sul dorso, e che con-tinua all’occorrenza
a tagliare.
Siede su una sgangherata cassetta di legno, di quelle per la frutta, che
gli fa da seggiolina; ma la lunga gonna scura la copre, la cassetta, così
che pare che ella stia accucciata su se stessa.
Con una mano dentro guanti di lana pesante, ma le punte delle dita sono
scoperte, gira le castagne sul fuoco.
Mi sono fermato
a guardare; e ad assaporare il calduccio che arriva debole fino a me;
e subito m’appare vicino un bambino, con un cappuccio colorato con
sopra dei pompon svolazzanti, ansimante per la corsa che ha fatto per
precedere il lento ambulare del nonno, che si vede piccolo laggiù,
con sbuffi di fiato vaporosi nell’aria davanti alla bocca.
Qui, mi si mette d’accanto e guarda curioso e voglioso la vecchina
delle caldarroste. Allunga le manine aperte verso il caldo delle castagne
e si scalda. Il nonno arranca lento lento appoggiandosi a un bastone.
Sulla padella
rovente, attraverso i piccoli buchi sprizzano ogni tanto scintille dal
fuoco che sta sotto, dalla apertura della buccia abbrustolita dai frutti
fa capolino uno spicchio della loro gustosa polpa; la vecchina le gira,
le castagne che stanno arrostendo, le sposta, e di tanto in tanto ne toglie
qualcu-na che nasconde in un panno caldo che cattura i residui umori del
bosco. Gli allungo alcune monete, senza parlare; le prende, e le ripone
in una tasca dello sbrindellato cappotto.
Senza parlare.
Prende un cartoccio
fatto di cartapaglia tra quelli che ha già preparato e che tine
accanto su un’altra piccola cassetta di tavolette di legno, e lo
tiene con la mano libera; poi girando e rigirando, toglie alcune caldarroste
dal calderone, e le mette nel cartoccio; me lo porge. Il bimbo in silenzio
- gli parlano solo i vivacissimi occhi azzurri - mi guarda trasmettendomi
il suo desiderio; ne tiro fuori due e glie le porgo; sorride, le prende
e le sbuccia con cautela dopo averle sballonzolate da una mano all’altra
per non scottarsi.
A questo punto,
la nonnina prende a parlare, senza alzare la testa, sempre fissa sul suo
caldo trabiccolo.
C’era una volta un albero di castagne alto alto. E aveva molte foglie,
e aveva molti frutti dentro i loro ricci pungenti.
L’esile vocina sembrava giungere da un posto lontano lontano, anche
per il fatto che la bocca come tutta la faccia era coperta dallo scialle.
Venne l’autunno e l’albero chiese ai ricci, attaccati alle
sue molte braccia, di aprirsi e lasciare cade-re le castagne; e ad altri
di staccarsi e lasciarsi andare a terra.
Ma faceva molto freddo, e quelli non ubbidirono. Risposero in coro che
là dentro stavano proprio bene; c’era un caldo che non avrebbero
lasciato per tutto l’oro del mondo.
Intanto i frutti erano maturi e non potevano restare prigionieri nei gusci;
l’al-bero pregò allora il vento di venire a dargli una scrollatina,
così “avrebbero visto, quelli…”.
La nonnina fece una pausa per dedicarsi a girare le castagne abbrustolite
e togliere quelle cotte al punto giusto; e riporle nel panno caldo in
compagnia delle altre.
Il bimbo, ed anche io, debbo dire, prestava tutta la sua attenzione alla
storia che la vecchia narrava.
E poiché non riprendeva, il bimbo prima si voltò dalla parte
dalla quale si avvicinava lentamente il nonno, e visto che era ancora
distante, tornò alla testa bassa della nonna e chiese: e poi?
Non riprendeva; sembrava si fosse addormentata; ma quello la incalzò
ancora: e poi, nonnina?
E poi… e poi venne il vento e con grosse folate scoteva e scoteva
i rami e le foglie e i ricci che rac-chiudevano una o due castagne.
Ma niente, nessuno di essi intendeva aprirsi o cadere a terra.
Passarono i giorni, e molti papà e mamme vennero nel bosco coi
loro bambini a cercare e raccoglie-re castagne.
Ma rimasero sorpresi e stupiti di non trovare a terra neppure uno dei
quei dolci frutti; solo un vasto tappeto di foglie marroni e gialle. Era
un posto bellissimo, ma quanta desolazione…
L’albero prese a piangere.
Si rammaricava di doverli lasciare tornare alle loro case a mani vuote,
e allora in silenzio pregò an-cora i ricci di aprirsi.
Vedete quanti bimbi qua sotto stanno aspettando! Perché siete così
dispettosi? Vi prego…
Allora all’improvviso, come se si fossero destati da un lungo lungo
sonno dal quale non avrebbero mai voluto uscire, i ricci aguzzarono i
loro aculei che coprivano i loro gusci e, come fanno le perso-ne appena
sveglie che stirano le loro braccia per svegliarsi completamente, e si
aprirono magica-mente; tutti insieme.
E ci fu una
pioggia scrosciante, per tutto il bosco, di castagne che cadevano a terra
come chicchi di grandine in una giornata di pioggia gelata.
In breve il
sottobosco fu pieno di quei frutti marroni lucidi e polposi, e i bimbi
correndo e accuc-ciandosi ora qua ora là si davano al voce con
gioia; e raccoglievano le castagne ponendole chi nelle tasche dei calzoni
chi nei sacchetti che i papà e le mamme avevano portato per l’occasione.
L’albero cessò di piangere; e ringraziò il vento:
grazie vento!; e ringraziò i ricci, grazie, ricci! e potè
finalmente riposarsi e sonnecchiare per tutto il lungo lunghissimo autunno.
Giunse alfine il nonno del bambino, lo prese per mano ed entrarono nel
cancello vicino.
Ma la vecchina, sempre senza alzare la testa, lo chiamo: bambino, bambino!
Egli si voltò
e fece a ritroso i due passi che lo separavano da lei.
Ella gli porse un cartoccetto colmo di caldarroste. E allungando la mano,
parlò ancora così: … que-ste gli alberi le fanno crescere
e poi cadere solo per voi; e quando non ci riescono, come hai sentito,
sono tristi e piangono.
Ma stanotte è natale, e dunque anche loro sono felici.
Prendi, e vai col tuo nonnino a messa.
Buon natale, gioele.
… ma… come sai il mio nome…
…io so tante cose… e quando tu avrai la mia molta età
ti accorgerai anche tu di sapere tante cose… vai, dunque…
e buon natale…
Grazie! e buon natale, rispose il bimbo.
E si allontanò.
Buon Natale, ho detto anch’io alla vecchina.
Buon Natale, mi brontola appresso, continuando a fissare la sua povera
festosa mercanzia.
Finita la messa
passo di nuovo davanti alla vecchina; fa le solite mosse, sbircia con
gli stessi occhi, che immagino d’acqua sotto lo scialle scuro, rimugina
sempre – insieme col rumore delle castagne che ella smuove continuamente
- gli stessi pensieri, che non riesco a penetrare.
Buon Natale, nonna!, le sussurro sottovoce ancora una volta…
La vecchia alza il suo sguardo al vuoto che ha intorno, e lo riabbassa
subito alle sue braci calde.
Quanto diverso dal mio, il tuo natale, nonnina delle caldarroste; il tuo
natale è qua, vicino al cancel-lo del parco, fino a … fino
a quando?
Mi chiedo, mentre cammino, se tornerà a casa a festeggiare con
la sua famiglia. Poi mi volto a guardarla ancora, mentre gira e rigira
le caldarroste sulla brace con le dita di una mano mentre, con l’altra
si riavvolge lo scialle che gli si è sciolto sul petto.
Siamo rientrati a casa alla spicciolata; in un’allegria contagiosa;
ci siamo rimessi intorno alla tavola della sala allungata per l’occasione,
a giocare a tombola; per far idealmente compagnia al bambino che è
appena nato in una mangiatoia lontana e fredda.
Poi ad un’ennesimo sbadiglio di qualcuno, più lungo degli
altri, si decide di chiudere queste prime ore della mattina ancora buia,
meglio della notte inoltrata, salutandoci e dandoci appuntamento per il
pranzo di domani.
Ciao, ciao, arrivederci, arrivederci.
Restiamo soli,
mia moglie ed io.
Lei comincia a sparecchiare, mentre io mi reco in camera per prendere
una giacca più pesante da mettermi; fa un freddo pungente anche
con i termosifoni accesi.
Dalla finestra della mia camera, spalanco i vetri e mi sporgo per sganciare
le persiane, prima una poi l’altra; e chiuderle; sporgendomi un
poco verso destra, lo sguardo mi corre laggiù, al posto delle caldarroste;
laggiù vicino al cancello del parco.
C’è sempre quel mucchietto - indistinto da qua - ma che so
composto dalla vecchina e dal suo mise-ro armamentario commerciale.
C’è
ancora, lo vedo nella scarsissima luce aranciata, riflessa da un lampione
lontano, sul marciapie-de.
Ma non va a casa?, mi chiedo.
Non c’è più nessuno in giro.
La strada è deserta; i lampioni oscillano al frullare di un vento
gelido.
Stanno cadendo i primi fiocchi di neve che vorticano qua e là.
Ad un tratto,
uno scoppiettio che mi giunge attutito, e poi uno scintillare continuo
di tante stelline bianche sul fornello della vecchina delle caldarroste:
una due cento mille; e mille e mille e mille…
All’improvviso una luce buca il buio del cielo; attrae il mio sguardo
che non può fare a meno di se-guirla nella sua caduta; da fioca
che era diventa a poco a poco brillante; poi ancora di più.
Come se una stella cadente, lontana lontanissima nel cielo aumentasse
il suo splendore avvicinan-dosi alla terra, o meglio al marciapiede dove
sta la nonnina.
Adesso è tanto forte che la vedo bene, la nonnina, in una luminosità
che acceca; sembra essersi ad-dormentata con il mento piegato al petto,
la testa sempre coperta dallo scialle sdrucito.
Adesso c’è una luce insopportabile addirittura per gli occhi.
Ma solo sopra di lei.
Che continua a dormire.
Da quell’incommensurabile chiarore escono, meglio dire si formano,
due figure trasparenti e più luminose della luce che si sprigiona
da quella che era una stella; sono alti, grandi, abbaglianti; si piegano
sulla vecchina delle caldarroste e in un’atmosfera irreale la prendono
tra le braccia e se la portano su, sempre più su, con tutte le
sue carabattole; in breve tempo scompaiono all’interno della luce.
Che a mano mano s’attenua, fino a diluirsi e quindi a spegnersi
completamente.
Sul marciapiede non c’è più niente. Più nessuno.
Solo un alone chiaro, sul posto dove fino a poco fa c’era il fornello
delle caldarroste, e i cartocci di carta-paglia, e la cassetta della frutta
che serviva da sedile, e la nonnina.
Che la neve che adesso cade abbondante va a riempire in breve tempo.
Si narra nel
mio paese che una nonnina che vendeva le caldarroste al cancello del parco,
che rac-chiudeva un chiesa antica, una lontana notte di natale si sia
addormentata per sempre sulle sue cose, il fuoco spento, le mani intirizzite,
la neve che la stava facendo tutta bianca.
E che dall’alto fosse scesa per lei una stella cadente, una stella
gigante che nascondeva dentro la sua luce due angeli del cielo.
E che i due angeli l’abbiano presa fra le braccia e l’abbiano
portata sopra una candida nuvola, al di sopra del cielo cupo per la neve.
E che lassù la nonnina abbia acceso il suo fornello portatile ricavato
da un basso bidone di quelli che servono per carburanti o simili; seduta
su una vecchia cassetta della frutta che non serve più, raccolta
chissà dove.
E
che sta da là, da quella lontana notte di natale, a girare e rigirare
dentro il suo padellone bucherel-lato delle piccole piccolissime castagne.
Con le dita delle mani che escono da due paia di guanti bucati, ma che
adesso sono bianchi come la neve.
E che lo offre senza niente pretendere, agli angeli-bambini che s’affollano
rumorosi di grida gioiose intorno a lei, lasciando per un poco i loro
giochi, e che poi tornano a rincorrersi coi cartoccetti di caldarroste
tra le mani.
Per ritornare di tanto in tanto tutti intorno a lei, seduta su una cassetta
di frutta che non serve più, raccolta chissà dove.
A preparare le caldarroste, per loro. FINE
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