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Pasquale
Curriculum nella pagina "Poeti
e poesie" |
Esecuzione
sommaria.
La sua ora era
ormai giunta. Avrebbe potuto vivere molto più a lungo, se le
cose non fossero andate in quel modo. Si era sentito invulnerabile,
potente, rispettato e temuto. I suoi soldati scattavano sull’attenti
e tremavano al suo passaggio. Avrebbero eseguito qualunque suo comando,
anche se avesse comportato un rischio troppo elevato per la propria
vita ed erano disposti a compiere senza la minima esitazione azioni
riprovevoli, spietate e immorali verso il nemico, tanta era la paura
che sapeva infondere ai suoi subalterni, tutti pronti ad affrontare
la morte in qualunque momento, con fierezza e a petto scoperto.
Aveva quarant’anni e un fisico robusto e prestante, pieno di
salute, e una moglie bella e simpatica, molto più umana e giovane
di lui, con due figlie meravigliose, che lo amavano nonostante i lati
oscuri del suo carattere, il mestiere che esercitava e come lo esercitava,
la totale latitanza per gli affetti familiari.
I suoi soldati, passati nell’altra sponda, gli legarono le mani
dietro la schiena e lo sospinsero in cortile, davanti all’alto
muro di cinta già crivellato dalle pallottole sparate nelle
precedenti esecuzioni in programma per quella terribile giornata.
Egli guardava i suoi uomini in uniforme schierati di fronte a lui,
osteggiando un atteggiamento indifferente, sprezzante e impavido,
preoccupato nel non far trasparire la paura e lo sconforto che lo
attanagliava. Non avrebbe concesso la soddisfazione di vederlo pentito
o implorante, come avevano fatto alcuni suoi colleghi d’alto
rango, privi di dignità, che si erano prostrati e avevano piagnucolato
prima di venire colpiti.
Chissà se si era abbassato a invocare il perdono divino?
Gli avevano permesso di pregare, con l’assistenza di un prete
e lo aveva potuto fare per quindici minuti soltanto, sicuramente insufficienti
per un’anima opaca che avrebbe richiesto molte più ore
di suppliche e di pentimento.
Il tenente si avvicinò e gli chiese se aveva bisogno di qualcosa,
ma il condannato rifiutò la benda sugli occhi, con un gesto
di sprezzo. Poi accese una sigaretta e gliela infilò tra le
labbra. Lui aspirò con voluttà due profonde boccate,
trattenendo il fumo nei polmoni il più a lungo possibile, per
godere fino in fondo di quella sensazione inebriante, l’ultima
che gli veniva concessa. Il medico lo aveva consigliato di smettere
di fumare, e lui aveva obbedito già da due anni. Ci teneva
alla sua vita e ai piaceri sfrenati che gli offriva, e alla grande
soddisfazione che provava osservando lo sguardo supplichevole di un
suo condannato a morte nel momento dell’esecuzione e nel disporre
di splendide fanciulle pronte a esaudire ogni suo desiderio, anche
il più volgare e ributtante.
Il tenente indietreggiò e si spostò di lato. Poi ordinò
ai soldati di puntare le armi e di fare fuoco. Il fragore terrificante
dei colpi di fucile sparati tutti insieme durò soltanto un
istante; neanche il tempo di sentire il dolore.
Con un rumore sordo, il corpo crivellato del generale sobbalzò
grottescamente e indietreggiò sbattendo con violenza la schiena
contro il muro di recinzione, rimase sospeso per un attimo poi cadde
al suolo inondando il terreno di sangue zampillante dal torace sforacchiato.
Il viso, contratto in un’espressione disumana, era già
irriconoscibile.
Il tenente impugnò il revolver, tese il braccio e, come aveva
fatto tante volte, sparò alla testa del condannato ancora agonizzante,
che si spense con uno sbuffo di vapore bavoso uscito dalla bocca contorta.
L’aria condensata si raccolse in una nuvoletta biancastra e
si disperse nell’aria, portando con sé la boria e l’inumana
voglia di potere che aveva caratterizzato l’esistenza di un
uomo infallibile, immortale e senza cuore.
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La
vincita
Alle sedici e dieci Peter e John, seduti a un tavolo d’angolo
del bar, attendevano con impazienza i risultati della schedina. Giocavano
insieme da anni, un sistemino molto interessante, sempre lo stesso,
senza adattarlo al mutamento continuo dei confronti delle squadre,
e non avevano mai vinto niente. C’erano andati vicini più
di una volta, ma mai erano riusciti a incassare una vincita sia pur
modesta. Adesso, però, qualcosa sarebbe cambiato, se lo sentivano,
come spesso capita ai giocatori di professione prima di un’ultima
puntata che li porterà alla rovina. Chissà perché,
un presentimento favorevole s’era insinuato nelle loro teste.
Alla televisione, il giornalista prese un foglio dal tavolo e cominciò
a leggere i risultati. Alcuni erano già noti a chi aveva seguito
le telecronache in diretta dai campi, come facevano loro, ma non si
conoscevano ancora gli esiti definitivi e ufficiali delle partite
che, in alcuni casi, potevano cambiare proprio all’ultimo momento
o durante i pochi minuti di recupero.
Con la matita in mano e sotto l’occhio vigile di John, Peter
trascriveva i segni 1, 2, X tipici del gioco del calcio e con il cuore
in gola notava che corrispondevano a quelli riportati sulla schedina
man mano che venivano letti dall’annunciatore.
Sembrava uno scherzo, eppure i risultati combaciavano in modo impressionante,
grazie anche alle poche varianti azzeccate del sistemino da pochi
soldi che usavano da anni. Mancava ancora l’esito di un ultimo
confronto, perché una partita di terza categoria, che non aveva
un collegamento radiofonico diretto, non era ancora terminata, e nessuno
ne conosceva l’andamento provvisorio.
Peter e John erano eccitati. Con i risultati finora indovinati avevano
garantita la vincita di seconda classe, anche se poteva essere poco
consistente. Bisognava però azzeccare anche l’ultima
partita in gara per ottenere una somma di denaro considerevole. Il
montepremi era interessante e la ripartizione delle quote privilegiava
fortemente il primo premio.
In quel momento gli avventori del bar, delusi per aver sbagliato già
troppi risultati, notarono la strana agitazione che regnava nel tavolo
dei due amici e silenziosamente si avvicinarono e si disposero in
cerchio per assistere all’ultimo atto di quella interessante
puntata. Tra loro c’era anche uno sconosciuto, mai visto prima
in quel locale, mal vestito e poco curato, che dava l’impressione
di essere un extracomunitario e un clandestino. Chissà come
faceva a vivere, si chiesero mentre lo guardavano con sospetto.
Il giornalista televisivo annunciò che gli era stato comunicato
l’ultimo risultato e che si apprestava a renderlo noto. Il cuore
di Peter e John prese a correre all’impazzata mentre un leggero
velo di sudore imperlava già le loro fronti aggrottate. Attesero
con trepidazione quel breve istante e, con grande delusione, notarono
di aver sbagliato la previsione. Avevano pronosticato la vittoria
della squadra che giocava in casa, ma invece c’era stato un
pareggio. Non lo avevano indovinato. Peccato. La vincita di prima
classe era ormai svanita. S’era persa così un’occasione
che forse non si sarebbe mai più ripresentata nella loro vita.
Comunque non si sarebbero lasciati prendere dalla disperazione; erano
abituati a perdere tutte le settimane. Questa volta, però,
sebbene non avessero raggiunto il massimo risultato, per incassare
una somma di denaro stratosferica, di quelle che ti cambiano la vita,
potevano accontentarsi di riscuoterne una cifra pur sempre dignitosa
e gradita, con la quale avrebbero giocato fino all’ultimo dei
loro giorni senza doverci rimettere più di tasca propria.
Decisero di offrire da bere a tutti i presenti e uscirono dal locale.
L’indomani mattina si sarebbero presentati agli sportelli della
ricevitoria per incassare la loro vincita, che ammontava a circa cinquemila
dollari. Era comunque una bella sommetta.
E così fecero.
Il giorno successivo, alle nove di mattina, si presentarono allo sportello
della ricevitoria con la schedina vincente. L’impiegato la controllò
con attenzione, verificò sul giornale che teneva sotto il banco
se il numero di serie corrispondeva a uno di quelli riportati nella
sezione delle vincite di seconda classe, aprì il cassetto,
contò il denaro e lo consegnò agli insoliti vincitori,
complimentandosi con loro e invitandoli a perseverare nel gioco, perché
la fortuna arride agli audaci.
Peter e John arrivarono al parcheggio, aprirono gli sportelli laterali
della loro macchina e si sistemarono l’uno al posto di guida
e l’altro sul sedile a fianco, soddisfatti di poter versare
la vincita in un conto corrente bancario, intestato a entrambi, presso
un istituto di credito che si trovava dall’altra parte della
città, in prossimità delle loro abitazioni. Accesero
il motore e si avviarono senza fretta, immettendosi nel traffico che,
in quell’ora del mattino, era piuttosto scarso, parlando di
squadre, di partite e domandandosi se non fosse il caso di cogliere
al volo quel loro momento favorevole per tentare la sorte con un sistema
più consistente e più costoso. Ora, almeno per una volta,
potevano permetterselo.
Per raggiungere la banca in cui erano diretti, dovevano costeggiare
la periferia e attraversare una zona degradata, dove alcuni edifici
pericolanti erano già stati demoliti e le restanti case, per
lo più vecchie e malandate, avrebbero seguito lo stesso destino,
per lasciare spazio a nuovi insediamenti e a un’urbanizzazione
più moderna e funzionale. Al momento, da quelle parti, gironzolavano
soltanto barboni e diseredati ma, durante le ore notturne il quartiere
pullulava di drogati, spacciatori, prostitute e travestiti. Le forze
dell’ordine e le autorità competenti ne erano a conoscenza,
ma nessuno si preoccupava di intervenire. Quella gentaglia non sapevano
proprio dove metterla. Le carceri erano sovraffollate oltre ogni limite
consentito e la permanenza dei detenuti risultava davvero disumana,
tanto che non c’era altro da fare se non puntare sulla compassione
e trovare un modo condivisibile e poco soggetto alla critica politica
per rimettere in libertà tutta quella feccia umana.
All’improvviso, un rumore sospetto dal sedile posteriore fece
trasalire i due amici. John si girò di scatto e vide un uomo
vestito di stracci, che fino a quel momento doveva essersene stato
raggomitolato e silenzioso sul pavimento della macchina, in attesa
del momento giusto, con la barba lunga, capelli incolti e profonde
occhiaie olivastre sotto gli occhi gonfi e acquosi. Impugnava una
pistola con la mano un po’ tremante. Dava l’impressione
di essere impasticcato e perciò poteva diventare davvero pericoloso.
A Peter e John, nonostante lo spavento che li attanagliava, sembrava
un viso conosciuto. Intimò loro di arrestare la macchia e accostare
sotto una vecchia pensilina pericolante. Dopo essersi fatto consegnare
tutto il denaro della vincita e quant’altro tenevano nei portafogli,
li fece scendere, si sistemò al posto di guida e se ne andò
a grande velocità, lasciandoli confusi e tremanti di paura
in un grosso nuvolone polveroso.
Proprio così. Quel ladro assomigliava moltissimo al clandestino
che si era avvicinato al bar durante la lettura dei risultati di calcio.
Forse, in quel momento meditava il suo proposito.
“Tutto sommato, ci è andata anche bene”, disse
John mentre con aria rassegnata e depressa si incamminarono in cerca
di un pullman che li riportasse a casa. “In una società
come la nostra, completamente in balia della malavita di strada, è
meglio non vincere niente. Così nessuno ti deruba o ti scarica
una pallottola nella testa”.
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RISCATTO
Raggiunse
il luogo convenuto dopo aver percorso oltre duecento chilometri in autostrada.
Era solo e doveva presentarsi con una valigetta contenente mezzo milione
di dollari in mazzette di grande taglio. L’avevano avvertito che,
se fosse stato seguito, avrebbero ucciso la bambina. Era facile tenere
sotto controllo una zona così scoperta. Gli stabilimenti balneari
erano terminati da un pezzo e quel tratto di spiaggia abbandonata finiva
ai piedi di una collinetta ricoperta di arbusti e alberi di basso fusto.
Spense il motore, scese dalla macchina e si avviò lentamente
lungo la costa sabbiosa totalmente deserta, illuminata dalla luna piena.
Il cielo era sereno, senza nemmeno una leggera venatura di nuvole, ma
la temperatura aveva subito un brusco abbassamento reso più pungente
dall’umidità del mare. L’uomo stringeva il manico
della borsa con la mano sinistra e teneva l’altra nella tasca
dei pantaloni. Sembrava calmo, quasi come fosse abituato ad affrontare
situazioni così pericolose, ma nella realtà il suo cuore
batteva a velocità superiore alla norma, e una certa agitazione
repressa si manifestava con un leggero tic nervoso che, di tanto in
tanto, gli sollevava di scatto il sopracciglio destro.
Arrivato in mezzo a un piccolo spiazzo contornato da una boscaglia incolta,
si fermò, lasciò la valigetta sulla ghiaia e tornò
indietro di una decina di passi, come gli avevano ordinato di fare.
Intorno regnava il silenzio più assoluto. L’unico rumore
era rappresentato dal tenue respiro della risacca.
La trattativa si era protratta per alcune settimane. I rapitori, per
i primi dieci giorni successivi al giorno della scomparsa della bambina,
non si erano fatti sentire, lasciando i genitori in uno stato di apprensione
e di sconforto penoso. Poi era giunta una telefonata con la quale, una
voce distorta e impossibile da identificare, aveva intimato di non coinvolgere
la polizia, che doveva rimanere estranea alla vicenda, e di pretendere
dai media il più assoluto silenzio. Loro volevano incassare un
sostanzioso riscatto e la vita della bambina era legata al suo buon
esito. Se qualche cosa fosse andata storta, a rimetterci sarebbe stata
solo la loro unica figlia. Inizialmente avevano richiesto un milione
di dollari, ma poi, dopo una estenuante trattativa, condotta telefonicamente
dal cognato del giovane industriale, che aveva ereditato un discreto
patrimonio immobiliare e industriale dal genitore morto sei mesi prima,
avevano finito per accettare la metà di una somma di denaro ritenuta
comunque abbastanza sostanziosa.
Lo zio della bambina, un giovane insegnante di ginnastica da poco assunto
in un istituto scolastico statale, era stato indicato espressamente
dai rapitori come l’unica persona autorizzata ad avere contatti
con loro e a consegnare il denaro del riscatto, consapevoli del fatto
che si trattava di un uomo a modo, mite e di scarsa esperienza della
vita.
Finalmente era stata concordata la liberazione della bambina, rapita
nel giardino della villa di residenza, un’ora prima del pranzo,
da due delinquenti che si erano introdotti dopo aver scardinato la chiusura
del cancello d’ingresso. Avevano tramortito la governante con
un colpo alla testa, e la povera donna era stata ricoverata all’ospedale
in condizioni gravissime, dove giaceva ancora in stato di coma, e poi
si erano dati alla fuga portando con loro il corpicino della ragazzina,
addormentata con un panno imbevuto di cloroformio.
Dalla parte più buia della macchia uscì un uomo, con il
cappello calato sugli occhi e la barba lunga, a mani vuote. Camminava
con calma, e con la pistola infilata nella cintura dei pantaloni, si
dirigeva verso la valigetta, rispondendo alla richiesta ansiosa dell’uomo,
assicurandolo che la bambina si trovava nella macchina, sull’altra
strada dietro il cespuglio più grosso. C’erano i suoi compagni
che lo tenevano sotto tiro e che non avrebbero esitato a sparare.
Si accucciò, aprì il coperchio della valigetta e osservò
con attenzione il suo contenuto. Poi prese alcune mazzette, le soppesò,
le sfogliò velocemente, per controllare se le banconote fossero
segnate e le rimise al loro posto. Chiuse la valiggetta e si rialzò,
guardando l’uomo che aveva di fronte, a qualche metro di distanza,
che era rimasto immobile a osservare la scena e sembrava paralizzato
dal terrore.
«Okay», disse. «Mi sembra tutto a posto. Lasceremo
la bambina sulla strada, a qualche chilometro da qui. Non ti preoccupare.
Non le succederà niente. Ma ti do un consiglio, a te e alla sua
famiglia: mettete a tacere la cosa. Dite alla polizia di non darci la
caccia. Perché, se verremo catturati, ci sarà qualcuno
che si vendicherà per noi e ve la farà pagare cara. Ci
siamo capiti?»
Lo zio della bambina fece un cenno affermativo del capo e non si mosse.
Cos’altro poteva fare?
«Resta lì per dieci minuti», disse ancora il malvivente.
«Potrai prendere la tua macchina e andare a raccogliere la bambina,
ma non venirci dietro. Tornatene a casa e ringrazia il cielo perché
tutto è andato liscio.» Poi prese la valigetta, si girò
e si avviò in direzione del grosso cespuglio dietro il quale
scomparve. Un minuto dopo, il rumore di una macchina che si allontanava
convinse l’uomo che i banditi erano andati via.
Dieci minuti passarono con una lentezza esasperante. L’uomo tornò
indietro, risalì sulla macchina parcheggiata a poca distanza
e si avviò lungo la strada deserta. Non ci volle molto a rintracciare
il vestitino rosso della bambina che gesticolava a qualche chilometro
di distanza. Era pallida e smagrita, con gli occhi arrossati e umidi
di pianto. Ma non le avevano fatto del male. Quando lo riconobbe accennò
a un sorriso, poi si mise a correre e si gettò fra le sua braccia
prorompendo in un pianto dirotto.
Sulla strada del ritorno la bambina, seduta sul sedile a fianco dello
zio, che guidava in silenzio, singhiozzava convulsamente e non riusciva
a calmarsi. Nel profondo dei suoi occhi era insediata la paura. Nessuno
poteva sapere da quanto tempo si trovasse sotto choc e ciò che
aveva dovuto sopportate per tutti i giorni del sequestro. Sicuramente,
ne avrebbe risentito per tutta la vita. E le conseguenze per la governante
assalita all’atto del sequestro non sarebbero state meno penose,
ammesso che fosse riuscita a superare il coma in cui si trovava e a
sopravvivere a quella brutale aggressione.
Non sembrava giusto, o che si potesse tollerare di permettere a dei
malviventi di quella risma, egoisti e privi di umanità, che avevano
provocato dolore a una simpatica famigliola e danni fisici e psicologici
alla governante e alla bambina, senza provare il minimo scrupolo di
coscienza, di farla franca e di godere, indisturbati, di una notevole
somma di denaro non guadagnata, ma ottenuta con atto criminoso, assolutamente
da non emulare. Sarebbe stato di cattivo esempio. Ecco perché
era stato nascosto nella valigetta con il denaro del riscatto, un potente
trasmettitore elettronico che, con il suo frequente bip bip avrebbe
consentito alla polizia di acciuffare quella banda di malviventi per
assicurarli alla giustizia e metterli di fronte alle proprie, gravi,
responsabilità sociali.
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