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Brevi cenni su Villa d'Este

Un po’ di storia.
All'interno della cinta muraria edificata dal Barbarossa, nel settore sud-ovest, esisteva una zona coperta di vigne, poche case, rari oliveti; solo qualche strada campestre serpeggiava tra il verde, ma sull'estremo lato d'oriente e in ispecie in quel punto ove doveva sfociare il canale, che traversando il sottosuolo della città vi conduce le acque dell'Aniene, fu compreso e demolito un gruppo di circa quaranta abitazioni e qua e là nel recinto qualche sacro edificio. Il nome stesso, Valle Gaudente, indicava in modo assai eloquente le caratteristiche di amenità dei luoghi, sorti e modificati in perfetta armonia con la natura. La villa, realizzata nel 1550 dal cardinale Ippolito II d'Este su progetto di Pirro Ligorio, modificò in modo radicale sia l'andamento naturale dei luoghi, sia la struttura urbana consolidatasi nel periodo medievale. Furono demoliti alcuni edifici sacri, tra cui la chiesa di Santa Margherita, e l'ospedale di Sant'Antonio. Scomparve anche una grande scalinata, che conduceva alla chiesa di San Francesco e serviva come via d'uscita dalla città. La stessa chiesa di San Pietro, in un primo progetto, doveva essere abbattuta. Le mura urbane furono destinate a cingere il giardino nel versante di ponente, unite con alte costruzioni animate da nicchie arcate, e il convento dei francescani con il chiostro fu inglobato nel nuovo palazzo. Il tessuto urbano subì quindi una sensibile trasformazione, in primo luogo derivante dall'inserimento della villa con i suoi giardini, che si sostituirono alla trama medievale, e in secondo luogo, dalla realizzazione di un nuovo asse stradale, via dell'Inversata, sul quale si attestarono i nuovi insediamenti abitativi. Mutò radicalmente anche il paesaggio, con la modifica altimetrica del terreno e con il vuoto urbano determinato dal giardino, che in epoca originaria non aveva le essenze arboree di alto fusto, oggi visibili. Il progetto originario era impostato sull'incrocio di cardi e decumani, assi fra di loro ortogonali, che però non fu integralmente rispettato a causa della presenza della Chiesa di San Pietro alla Carità.
La scelta architettonica è ispirata all'esaltazione scenografica dei giochi d'acqua delle numerose fontane collocate all'interno della villa. Queste prendono il nome da famose statue in esse collocate e da originali congegni creati esclusivamente per il cardinale Ippolito d'Este, il quale voleva generare stupore e meraviglia negli ospiti.
L'attuale ingresso è situato in Piazza Trento ed è costituito da un portale quattrocentesco che immette in un ampio corridoio voltato e affrescato con scene bibliche, che a sua volta confluisce nell'antico chiostro benedettino. Nel lato adiacente alla Chiesa di Santa Maria Maggiore è presente una fontana con statua di Venere e una vasca costituita da un sarcofago e un busto in marmo del IV secolo, posizionato alla sommità. La composizione della fontana viene completata da due teste in marmo del Cinquecento.
Una targa commemorativa ricorda che Liszt abitò per alcune estati all'ultimo piano del palazzo, ospite dell'allora proprietario cardinale Hohenlohe. Qui compose pezzi di grande virtuosismo e di forte espressività come "Jeux d'Eau", "I Cipressi di Villa d'Este" e la Predicazione agli uccelli nella Leggenda di San Francesco md'Assisi.
Dal chiostro si accede agli appartamenti superiori che affacciano sui giardini sottostanti e sul quartiere medievale. Particolare attenzione meritano le volte decorate con rappresentazioni delle allegorie delle virtù, dipinte da Livio Agresti e dai suoi allievi. Negli appartamenti inferiori, ai quali si accede da un corridoio decorato con mosaici rustici e fontane, sono presenti pregevoli affreschi ad opera di Girolamo Muziano e di Federico Zuccari; nella sala centrale e nella sala della caccia scene pittoriche attribuite al Tempesta.
I giardini - Nel parco, vero gioiello dell'arte rinascimentale dei giardini, si incontra la Grotta di Diana adornata da stucchi, mosaici e altorilievi rappresentanti Nettuno, Minerva, le Muse. Proseguendo il percorso si può ammirare la Fontana del Bicchierone, concepita nel progetto di Gian Lorenzo Bernini come una grande conchiglia; dal viale in discesa, lato sinistro, si raggiunge la Rometta, complesso scultoreo raffigurante i principali edifici dell'antica Roma, utilizzato come fondale per il teatro di corte. Sul lato sinistro sono rappresentati il Tempio della Sibilla e il fiume Aniene, le cui acque si congiungono con quelle del Tevere. Al centro del fiume è l'Isola Tiberina, a forma di nave, con obelisco. Dopo la fontana di Rometta si percorre il lungo viale delle Cento Fontane, adornato da aquile, navi, obelischi e gigli e da altorilievi raffiguranti le "metamorfosi" di Ovidio. Il viale delle Cento Fontane confluisce sulla Fontana dell'Ovato, rappresentante simbolicamente Tivoli, contrapposta a Roma con la sua fontana di Rometta; sopra la caduta dell'acqua vi sono delle rocce che costituiscono il basamento per il cavallo alato di Pegaso, mentre nell'emiciclo vi sono le otto ninfe con zampilli di acqua. Una delle attrazioni principali della villa era e continua ad essere la spettacolare Fontana dell'Organo idraulico, che emetteva il suono grazie ad un complesso meccanismo ideato dal francese Claudio Venard. Di grande plasticità è l'edicola in stile barocco del Bernini che sormonta la vasca. Continuando la visita si può ammirare la Fontana dei Draghi, posta al centro di una doppia scalinata. Deve il suo nome alla presenza di un gruppo di quattro draghi con le fauci aperte dalle quali svettano alti zampilli. Fu costruita in onore di Gregorio XIII, ospite di Ippolito d'Este nel 1572. Un'altra delle tante meraviglie che dovevano stupire il visitatore era costituita dalla Fontana della Civetta. Un complesso meccanismo, oggi scomparso, permetteva il movimento di uccelli che cantavano fino all'apparizione della civetta che faceva interrompere il loro canto. Di questa fontana, opera di Giovanni del Luco e di Raffaele da Sangallo, rimangono le colonne adornate da tralci fioriti, la raffigurazione dell'aquila estense, i gigli di Francia e gli altorilievi. La Fontana di Proserpina è situata sulla sinistra della fontana della Civetta. Le sculture poste nel ninfeo rappresentano appunto il ratto di Proserpina; ai lati due nicchie delimitate da colonne a tortiglione avvolte da tralci di vite.
Costeggiando un tratto delle mura cittadine, si raggiungono le Peschiere, tre grandi vasconi rettangolari, ideati per l'allevamento dei pesci. Da qui si può ammirare la monumentalità della Fontana di Nettuno, realizzata da Attilio Rossi con lo scopo di creare una continuità visiva e scenografica tra lo specchio d'acqua delle peschiere e la sovrastante Fontana dell'Organo, grazie agli imponenti zampilli d'acqua e alla cascata. Infine dalla Rotonda dei Cipressi, ricordata anche da Gabriele D'Annunzio, è possibile avere una visione di insieme della villa, delle fontane e del paesaggio circostante.
Con la nuova uscita dalla villa in Piazza Campitelli, recentemente ridisegnata e sistemata, sarà possibile entrare nel quartiere medievale della città.

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La Villa Gregoriana

La Villa Gregoriana, organizzata sul baratro dell'antico passaggio del fiume Aniene, costituisce una mirabile sintesi tra il paesaggio naturale e quello antropizzato che ad esso si sovrappone mimeticarnente. Il primo spettacolo è costituito dalla visione del salto della Grande Cascata, grandioso e impressionante per l'impeto ed il fragore delle acque, le quali si infrangono con i colori dell'iride. Scendendo più in basso, il buio, determinato dal verde cupo dei lecci, dei cipressi e dei pini, è l'elemento predominante. Di nuovo è di scena l'acqua che precipita davanti alla Grotta di Nettuno, formando un laghetto che si inabissa in un'altra grotta: quella delle Sirene, Il fiume così scompare. Ancora oggi, acqua, terra e flora si uniscono e fanno rivivere al visitatore il concetto romantico del sublime. Va detto anche che uno degli aspetti più caratteristici della villa scomparve con il crollo di una grande arcata naturale di rocce che dava l'accesso alla grotta di Nettuno, avvenuto nel febbraio del 1826, a seguito di un'altra eccezionale piena. La Villa Gregoriana, impiantata sull'antica villa romana di Manlio Vopisco, fu costruita nel 1834 secondo le direttive del cardinale Rivarola ed eseguita sotto il controllo di mons. Massimo e dell'architetto Folchi. Accanto all'esaltazione della componente naturalistica dell'acqua si prestò particolare attenzione all'aspetto floristico, così che non si impiantò una sola specie arborea, ma "per schivare la monotona uniformità e far che non manchi tutto il largo possibile per ciò che alla grazia e novità pittorica può appartenere", furono scelte varietà diverse tanto da giocare anche sugli effetti cromatici oltreché estetici. Trovarono così sede naturale cipressi, pini, siepi di bosco, lauri ed anche salici e pioppi. La Villa Gregoriana può essere presa a modello, seppur poco conosciuta e ingiustamente relegata in secondo piano al cospetto della più famosa Villa d'Este per ciò che riguarda l'architettura del paesaggio artificiale.

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La grande cascata

Nel 1826 una devastante piena del fiume Aniene travolse la diga che sbarrava il corso d'acqua all'altezza dell'attuale Ponte Gregoriano, e con essa gli opifici e le abitazioni dell'area circostante. Il papa Leone XII e il suo successore Gregorio XVI incaricarono i migliori progettisti dell'epoca di studiare una soluzione definitiva. Ma quale era il problema tecnico? In prima istanza si doveva ottenere uno sbarramento dell'Aniene che rialzasse il livello dell'acqua tanto da consentire ai canali degli opifici di potersi riattivare e contemporaneamente, in caso di piena, di deviare parte delle acque negli emissari Stipa e Leonino opportunamente ristrutturati.Fu scelto il progetto di Clemente Folchi, consistente nella deviazione del fiume Aniene mediante l'escavazione di un lungo traforo nelle viscere del Monte Catillo. Il progetto modificò radicalmente il paesaggio tiburtino, non tanto a causa della nuova cascata, che con un salto di oltre 100 metri si impone come elemento fortemente caratterizzato, ma piuttosto a causa degli innumerevoli salti d'acqua che vennero a scomparire dal panorama. Infatti, la particolare conformazione geologica di Tivoli costituita da travertino non compatto, o meglio detto tufo calcareo, con la presenza di innumerevoli cavità e condotti naturali fungeva per così dire da "spugna", la quale incamerava acqua lungo il percorso del fiume per poi espellerla a valle, creando così quello scenario a tutti noto. Venendo poi a mancare, e in particolar modo oggi, l'alimentazione naturale del sistema idrologico, sono venute meno anche le molteplici cascatelle. Fu ricostruito un muraglione nei pressi di quello distrutto, così da consentire di nuovo l'afflusso di acqua ai canali mediante un piano inclinato collegante i due muri (quello vecchio e quello nuovo) e furono realizzati i due piloni che sorreggono l'arco del Ponte Gregoriano con la duplice funzione di assicurare da una parte il rinforzo della nuova diga e dall'altra di creare i basamenti del citato ponte.I cosiddetti Cunicoli Gregoriani, della lunghezza di 280 m e larghezza variabile di 10 m all'imbocco e di 7,20 m all'uscita, allontanarono così "il fiume dalla città e con esso ogni pericolo per l'abitato". Si ottennero subito i risultati tanto agognati dai tiburtini e contemporaneamente si ripristinò il livello del fiume verso i cinque canali che alimentavano i numerosi opifici. Quello che era stato il vecchio corso del fiume Aniene diventò così il braccio derivatore, oggi ancor più declassato e umiliato. È ancora l'acqua del fiume Aniene che assume un ruolo essenziale nella definizione paesaggistica dell'area, contrapponendo natura e artificio, paesaggio naturale e paesaggio costruito, con la Villa Gregoriana che si confronta con la Villa d'Este. Esse seppur diversissime, ispirate a canoni architettonici altrettanto diversi, mosse da culture lontane, traggono origine da un identico elemento ispiratore: l'acqua.

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Il castello "Rocca Pia"

La Rocca Pia è una delle fortezze più rilevanti del Lazio e fu edificata nel 1461 da Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) a scopi difensivi e per assicurarsi la fedeltà della città di Tivoli. I lavori di ultimazione delle due torri più piccole, affidati a due architetti fiorentini, Varrone e Nicolò, proseguirono fino alla fine del secolo con i pontificati di Sisto IV della Rovere e Alessandro VI Borgia. Sorge nei pressi dei resti dell’antico anfiteatro detto di Bleso, recentemente recuperati e aperti al pubblico. E’ situata strategicamente a scopo militare, per essere a controllo della città, poco fuori l’abitato storico e la cinta muraria, sulla sommità di una collinetta, e si presenta con una struttura quadrangolare realizzata con blocchi squadrati di tufo e quattro torrioni di forma circolare ai lati, di diverse dimensioni, uniti da alti muraglioni e con sommità a muratura guelfa, di cui uno più alto che si affaccia su un cortile interno. Il torrioni sono alti: 36.50 m il maggiore, 25.50 m il secondo e 18 m i due minori, e contengono 6 stanze sovrapposte il primo, 5 stanze il secondo e 3 stanze ciascuno degli altri due. Il portale d’ingresso è sormontato dello stemma della famiglia Piccolomini con la scritta: grata bonis invisa malis inimica superbis sum tibi tibure enim sic pius institu (grata ai buoni, malvista dai cattivi, nemica ai superbi, sono per te, o Tivoli, poiché così volle Pio.) Con la nomina del cardinale Ippolito d’Este a governatore della città, il castello fu coinvolto nel progetto residenziale di realizzazione della villa d’Este. Nel 700 fu adoperato come caserma dalle truppe di occupazione francesi e austriache e in epoca napoleonica, dopo il 1870 e fino al 1960, venne utilizzato come carcere mandamentale, con l’aggiunta di un edificio all’interno del cortile. Attualmente, la Rocca Pia è chiusa al pubblico e se ne ignora la destinazione futura.

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